Pittura

Intervista a Mark Kostabi

Mark Kostabi è fra i pittori più interessanti della scena artistica contemporanea. Le sue opere sono esposte al Guggenheim, al MoMA, alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e in altri prestigiosi musei. Nel 1988 ha fondato il Kostabi World, uno studio dove numerosi assistenti collaborano alla creazione delle sue opere, sul modello delle botteghe rinascimentali. Nei suoi dipinti confluiscono motivi e tecniche varie, che vanno dalla pittura rinascimentale italiana, al Surrealismo, alla lezione della Factory di Andy Warhol, il tutto magistralmente rielaborato in uno stile inconfondile. È impossibile vedere un quadro di Kostabi e non riconoscerne l’autore. Il frequente ricorso ai media come tema, ma anche come strumento da usare –  Kostabi ha collaborato con MTV, con la CNN con Artnet Magazine ed è anche autore di un suo show televisivo –  e il particolare metodo di produzione delle opere condotto dai suoi assistenti rimandano alla riflessione sull’ «opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica», per dirla con Walter Benjamin. Kostabi si muove attraversando queste coordinate senza essere tuttavia ingabbiato in parametri rigidi, usando le tecnologie informatiche in modo ironico e richiamando la tradizione, ma rinnovandola sempre. Questo rinnovamento all’interno della tradizione avviene secondo modalità tipicamente postmoderne, come il citazionismo, l’autocitazionismo, la mescolanza dei generi e delle tecniche. Nei suoi dipinti troviamo così tanti richiami ad altre opere che è forse impossibile elencarli tutti. Le opere di Kostabi sono una sorta di archivio dell’inconscio artistico collettivo: è come se il labirintico repertorio delle immagini confluisse in un unico autore, che ricompone questa dimensione frammentaria proponendo sempre nei dipinti dei personaggi senza volto, senza tempo, simbolo forse di un’unica umanità che attraversa l’arte.

I tuoi soggetti, quasi tutti senza volto, androgini e collocati in una dimensione rarefatta, richiamano i manichini di De Chirico, ma sono dotati di sensualità e di capacità d’amare. Questo è evidente soprattutto nel tuo dipinto On target in cui i due amanti nascono dai manichini di De Chirico, ma arrivano anche a sostituirli. È così? E perché?

«Amo le opere di De Chirico, ma fondamentalmente sono un californiano, e ciò non ha nulla a che fare con De Chirico. Sono cresciuto a Whittier, la parte conservatrice della California, ma sono stato istruito dai liberali alla California State University di Fullerton da insegnanti brillanti come Don Lagerberg, Connie Zehr e Vic Smith. E concordo con i liberali. De Chirico ha abbracciato la poetica del silenzio. Io ho abbracciato la poetica di Frank Zappa e Miley Cyrus».

In molti dei tuoi quadri emerge una critica ironica all’uso ossessivo delle tecnologie informatiche e della televisione. Un uso che stravolge anche le pulsioni primordiali dell’essere umano, come in Sexting e The penultimate punctuation. Allo stesso tempo sei noto per il largo ricorso ai mezzi di informazione di massa, come la televisione. Basti pensare al tuo show televisivo. Come si coniugano questi due atteggiamenti diversi?

«Non condanno assolutamente la tecnologia. Semplicemente presento immagini che penso coinvolgano la tecnologia. Una famiglia seduta attorno al tavolo per cena: non si parlano fra loro, ognuno concentrato sul proprio Galaxy Note o sull’ iPhone. Ma alla fin fine stanno leggendo, scrivendo e comunicando. Sono sfuggiti all’obbligo del noioso rituale familiare. Trent’anni fa, senza smartphone, avrebbero litigato e si sarebbero scannati a vicenda. Facebook equivale alla pace nel mondo».

In The Drawback un pittore dipinge un quadro e il quadro dipinge il pittore. Che rapporti ci sono tra creatore e creazione di un’opera artistica?

«La creazione continua a creare. Solo l’Io muore. Ogni dpinto è un universo di immortalità».

Hai disegnato la copertina dell’album Use your illusion dei Guns ‘N’ Roses e ¡Adios Amigos! Dei Ramones. Potresi raccontarci qualcosa su questa esperienza?

«È stato fantastico. Axl Rose è arrivato alla Hanson Gallery in Rodeo Drive a Beverly Hills, California, e ha comprato il mio quadro intitolato Use Your Illusion ( mio fratello Paul Kostabi mi ha suggerito il titolo). Il manager di Axel mi ha chiamato e mi ha detto che Axl stava scrivendo canzoni sul tema delle illusioni e quindi voleva usare il dipinto come copertina del suo nuovo album e voleva usare anche il mio titolo: Use Your Illusion. Abbiamo fatto un affare felice e ha fatto la storia del rock. 36 milioni di copie vendute e mi ha aiutato a ottenere qualche bella e giovane fidanzata».

Cosa ti ha lasciato l’incontro con Andy Warhol e Basquiat?

«Warhol era un grande! Mi ha dato un forte incoraggiamento. Io ero abbagliato dall’incontrare una leggenda vivente come lui. Era un genio. Basquiat era una sorta di genio anche lui. Di certo un grande artista. Con me personalmente, Basquiat è stato gentile e stravagante. Avrei dovuto comprare alcune sue opere a quel tempo. L’ho incontrato tante volte agli eventi, ho visitato il suo studio una volta e abbiamo anche collaborato per un’opera. Deve essere da qualche parte nell’archivio».

Ho letto degli articoli su di te in cui si parla anche delle difficoltà economiche che hai avuto all’inizio della tua carriera. Potresti dirci qualcosa in merito?

«Non ho mai veramente patito. Magari spesso ritardavo a pagare l’affitto e ho dovuto pranzare a base di confezioni di ramen cinese da 25 centesimi per il primo anno e mezzo a New York. Ma ero in estasi perché ero nella città dell’arte. Con il mio incrollabile epicentro e la mia incrollabile determinazione ho ignorato le difficoltà della normale vita quotidiana. L’arte mi ha salvato e ha continuato a salvarmi fino ad oggi».

Quali consigli daresti ai giovani artisti italiani che, in questi tempi di grande crisi, fanno così tanta fatica a realizzare i loro sogni?

«Leggere i miei articoli, archiviati su artnet.com: http://www.artnet.com/magazine/features/askmarkkostabi.asp

e seguire le otto regole:

  1. Fare grande arte.

  2. Vivere a New York.

  3. Muoversi (andare alle inaugurazioni delle mostre e agli eventi).

  4. Essere professionale.

  5. Avere una storia.

  6. Fare sì che altre persone lavorino per te.

  7. Credere in te stesso.

  8. Non dimenticare i tuoi amici».

Secondo te, è possibile fare successo rimanendo fedeli ai propri principi?

«Penso che sia il solo modo per fare successo. Imbrogliare è il primo passo verso il fallimento. La negatività è la morte dell’anima».

Cosa pensi della condizione italiana della cultura?

«Questa è una grande domanda e sono certo che la maggior parte degli intellettuali italiani si approccerebbero a questo tema in modo differente rispetto a uno come me – un ragazzino della classe media del Sud California che si è trasferito a New York nel 1982 con il sogno di diventare un artista ricco e famoso. Non sono un esperto della cultura italiana, sebbene io abbia vissuto in Italia fin dal 1996. Intendo dire che non ne so molto su D’Annunzio. Ho visto qualche film di Fellini tempo addietro. Ho incontrato Sophia Loren tempo fa al ristorante Antica Pesa a Trastevere e, grazie a Tony Esposito, ho imparato a conoscere tanti grandi musicisti, come Enzo Gragnaniello, Pino Daniele, Antonello Venditti ed Edoardo Bennato. Inoltre conosco  molto bene il famoso pittore Enzo Cucchi. Ho conosciuto Enrico Baj e Mimmo Rotella, e poi Giancarlo Politi, Achille Bonito Oliva e Bruno Colella. Ma non mi sento un esperto di cultura italiana e non so in che condizioni essa sia. Di sicuro amo Roma. E amo andare al Camponeschi a Roma con alcune delle persone prima menzionate, all’Umberto Scrocca’s Electronic Art Café, all’Aperitivi d’Arte il giovedì sera».

Cosa vorresti che io ti chiedessi in questa intervista? E che risposta daresti?

«Qual è il segreto della felicità? Risposta: Essere innamorati e avere tanti abbracci e baci. E se questo non è possibile, avere delle lenzuola pulite, almeno quattro cuscini di alta qualità sul tuo letto da abbracciare e  un cellulare ben carico con un buon accesso a Facebook. E guardare il Kostabi Show su www.thekostabishow.com».

Dafne Castronovo

English version

Annunci

3 thoughts on “Intervista a Mark Kostabi

  1. Pingback: Interview with Mark Kostabi |

  2. Certo che quanto a ipertrofia dell’ego non scherza!
    E poi, secondo il mio ristretto e tradizionale parere, perchè continuare a citare De Chirico, Hopper e compagnia? Se fai così, non crei, non esprimi il tuo mondo, la tua carne e il tuo sangue…
    L’opera d’arte (a prescindere dalla sua qualità) per me dovrebbe essere un piccolo parto: una parte di te che si distacca dal tuo corpo e dalla tua anima, con più o meno dolore, e va in giro per il mondo portando i tuoi cromosomi. I tuoi, non quelli di De Chirico.

    • Cara Marta, le risposte precise alle tue domande può dartele solo il nostro pittore. Per quanto mi riguarda, posso dirti la mia opinione come curatrice dell’intervista, non certo come portavoce di Kostabi. Ai tre principali punti che tu affronti propongo le seguenti obiezioni:
      1) se Kostabi sia dotato o meno di un ego ipertrofico non è rilevante. Le opere d’arte hanno un valore autonomo rispetto al loro creatore, e per fortuna! Approcciarsi a un dipinto emettendo giudizi sulla persona dell’autore non è solo discutibile dal punto di vista umano, ma credo errato dal punto di vista metodologico.
      2) Il citazionismo è uno degli aspetti di Kostabi ed è anche una delle modalità tipiche del Postmoderno. Ne hanno fatto largo uso anche gli iniziatori per eccellenza di tale corrente in Italia: Calvino e Eco. Postmoderno a parte, gli artisti di ogni epoca si sono sempre appoggiati alla tradizione fino a rapinarla: Van Gogh non avrebbe fatto i suoi quadri senza l’arte giapponese, basti pensare ai suoi enormi debiti verso Hiroshige; Dalì ha riproposto l ‘Angelus di Millet in modo quasi ossessivo – solo per citare due esempi – e di certo non possiamo considerarli artisti non originali.
      3) Il richiamo a De Chirico, o ad altri autori, non sminuisce l’originalità dell’opera, ma la impreziosisce. C’è una forte differenza fra copiare e citare. La Divina Commedia, ad esempio, è molto più piena di citazioni e di veri e propri calchi di quanto non lo siano le opere di Kostabi, e converrai che non è certo una buona ragione per considerare Dante un dilettante o un truffatore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...