Pittura/Scultura

Niki de Saint Phalle

Niki de Saint Phalle

Niki de Saint Phalle

I Tarocchi sono una via, un percorso. Così li pensa Alejandro Jodorowsky e così li ha pensati anche il grande genio di Niki de Saint Phalle, artista poliedrica di origne francese, creatrice del Giardino dei Tarocchi: due ettari di terreno toscano che ospitano una delle più grandi opere di land art di tutti i tempi. Una creazione importante sotto vari punti di vista, artistico, filosofico e anche politico. Politico perché Niki de Saint Phalle è stata un’artista molto impegnata sulla questione femminile, e di figure femminili dal forte significato simbolico è infatti popolata la sua arte. Ma per raggiungere la meta finale del nostro viaggio, ossia il Giardino dei Tarocchi, massima espressione artistica della de Saint Phalle, procederemo come la nostra Niki avrebbe voluto che si facesse attraverso i Tarocchi: come un viaggio per tappe. Percorriamo quindi le stazioni della sua formazione artistica per capirne i motivi, le tecniche e il pensiero che confluiranno nel Giardino.

Il nostro pellegrinaggio ha inizio a Barcellona, dove nel 1955 l’ artista rimane folgorata da Gaudì e in particolar modo dal parco Güell, che con le sue forme serpentine, i mosaici in ceramica e vetro e la forte dimensione simbolica, costituirà un grande punto di riferimento.

Negli anni ’60, Niki de Saint Phalle esordisce nel Nouveau réalisme, fra i membri vi sono Christo, Yves Klein e Jean Tinguely, quest’ultimo scultore e suo futuro marito. Cosa teorizza il Nouveau réalisme? Il mondo è il museo in cui installare le proprie opere e un «riciclo poetico delle zone urbane, della realtà industriale e della pubblicità» (Pierre Restany). Fra le tecniche predilette da questa nuova corrente, troviamo il collage e l’assemblaggio. Quindi le opere risultano da una mescolanza di frammenti di diversa natura, parti di oggetti, materiali di scarto vari, con un risultato fortemente tridimensionale.

Shooting Picture,  by Niki de Saint Phalle

Shooting Picture, by Niki de Saint Phalle

Nel 1961 troviamo una Niki furibonda e violenta che si esprime negli Shooting paintings: degli happening in cui spara letteralmente a dei dipinti da cui “sanguina” il colore. È questa la fase meno interessante della sua attività artistica, ma è un momento importante per la sua svolta. L’artista aggredisce i dipinti su cui spesso sono tracciate sagome di uomini. La simbologia fallica del fucile, e in genere delle armi da fuoco, è stata affrontata fino allo sfinimento da Freud e Niki de Saint Phalle ne era consapevole. Lei stessa ha dichiarato di aver attribuito a quegli spari una funzione terapeutica, una vendetta nei confronti soprattutto del padre che cercò di abusare di lei all’età di undici anni. Nel momento dello sparo il quadro viene contemporaneamente creato (perché dai suoi buchi fuoriesce colore che andrà a creare un dipinto) e ucciso, in un unico momento in cui nascita e morte coincidono e Niki si definisce una «terrorist of art».

Autoritratto,  by Niki de Saint Phalle

Autoritratto, by Niki de Saint Phalle

Vengono alla luce autoritratti inquietanti, dove confluiscono oggetti e frammenti di ogni tipo. L’attività artistica continua a svolgere una funzione terapeutica: ricomponendo i cocci del reale in uniche figure, l’unità viene ricomposta, le ferite ricucite. Un’operazione che per una donna come lei, finita in case di cura psichiatrica dove subì anche l’elettroshock, doveva avere un’importanza fondamentale. Inizia così a delinearsi il suo carattere di outsider, con frequenti riferimenti all’ art brut e con l’indipendenza da tecniche e schemi precostituiti.

Dall’ atteggiamento rabbioso e violento nascerà però una riflessione che sconvolgerà sua vita artistica. Probabilmente si accorge che la critica alla dominante cultura maschile e maschilista è portata avanti non solo in maniera astiosa, ma soprattutto adottando i metodi, gli strumenti e le rappresentazioni che la stessa cultura maschile ha prodotto. Si delinea quindi la necessità di creare un altro, diverso, femminile positivo. È forse da questa istanza che nascono le figure delle Nanas

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Il significato del termine “nana” è discusso; sappiamo che in inglese è l’appellativo informale e familiare per “nonna”. Nella cultura ispanica, la nana è in genere una baby sitter anziana, che ha il suo corrispettivo inglese in nanny. La radice del nome è ebraica e significa “grazia” e in molte culture africane questo termine viene associato ai re e alle regine. Questa riflessione terminologica non è gratuita, ma funzionale a capire il significato delle nanas, poiché si tratta di figure di donna che richiamano in effetti una sorta di “nonna” dell’umanità, un archetipo femmineo e materno che ricorda le statuette preistoriche delle grandi madri, o di dee della fertilità di matrice pagana.

Venere di Willendorf

Venere di Willendorf

Come la Venere di Willendorf, le nanas presentano fianchi e seni abbondanti, ma in Niki de Saint Phalle la venere preistorica acquista grazia e movimento. Si staccano dalla pesantezza della pietra e si elevano al cielo, dotate spesso di ali. Con loro ha inizio la più bella fase creativa della de Saint Phalle, bella perché è un’ arte che si pone non solo la creazione di qualcosa di felice e gioioso, ma perché ha come scopo proprio il suscitare sentimenti lieti e gioiosi nello spettatore. Le nanas sono un nuovo soggetto artistico, innovativo rispetto alla tradizione dell’arte notoriamente fatta da uomini, per altri uomini e studiata ovviamente da uomini, in cui le donne hanno spesso una funzione più erotica che intellettuale o spirituale. Con queste figure, Niki propone una riconciliazione con l’aspetto femminile dell’anima, un eterno femminino caratterizzato dalla giocosità e dalla vivacità dei colori primari che ricordano l’innocenza rapresentativa dei bambini. L’ artista afferma che esse sono un recupero della dimensione magica, intuitiva, ricettiva e materna che la nostra società ha schiacciato non solo nella donna, ma anche nell’uomo, a favore della ragione, della logica e del potere.

Icarus, Matisse 1944.

Icarus, Matisse 1944.

In merito, risulta significativo un confronto fra l’Icarus di Matisse e una nana intitolata Metà donna, metà angelo. Nell’Icarus Matisse raffigura la caduta dell’uomo fra le stelle che voleva raggiungere. Nel suo folle volo Icaro ha perso le ali rincorrendo il desiderio di elevarsi al cielo. Del tema del desiderio-passione rimane traccia non solo in quella macchia rosso vivo sul petto, ma nelle stelle stesse: il termine desiderio, infatti, deriva dal composto latino de- (prefisso di privazione) e da un derivato di sidus, sideris (stella); si tratta di un’espressione dell’arte divinatoria, un’arte quindi che vuole trovare una risposta alle richieste umane, ai desideri umani. Il termine “desiderio” però denuncia la mancanza di stelle, quasi che fra il desiderio e il suo compimento ci fosse una distanza siderale, una dicotomia fra ciò che vogliono gli uomini e ciò che dicono le stelle. Mentre Icaro viene dipinto come una cometa che piomba sulla Terra lasciando una scia rossa di passione che ha origine nel suo petto, Niki de Saint Phalle, citando il cielo stellato di Matisse, introduce al posto di Icaro una nana, una nonna dell’umanità, che a differenza di Icaro può volare, ha le ali.

Metà donna, metà angelo, Niki de Saint Phalle

Metà donna, metà angelo, Niki de Saint Phalle

Icaro viene raffigurato nella sua caduta verso il basso, la nana nella sua ascesa verso le stelle. Ma cosa ha in più questa figura femminile rispetto a Icaro? Ha un cuore sul suo grande seno sinistro. Non una macchia che, come nel caso di Icaro, sembra una ferita, ma un cuore vero e proprio. E alla sua destra un fiore, simbolo di fertilità e rigenerazione. Con questi valori recuperati si può arrivare alle stelle. La forza creatrice femminile è in armonia con gli astri, è parte dell’universo. Ora che anche le stelle sono state conquistate dal cuore delle donne, possiamo entrare nel Giardino dei Tarocchi, a cui sarà dedicato uno specifico approfondimento.

Dafne Castronovo

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