Scultura

Gli Extra Moenia di Matteo Pugliese

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Le opere di Matteo Pugliese hanno un impatto così forte e immediato sullo spettatore che può sembrare superfluo voler parlare di esse e del loro possibile significato. Eppure è lo scultore stesso a suggerirci una riflessione che va ben oltre il colpo allo stomaco che si sente davanti a creazioni come le sue.

L’ indizio è nel loro nome. Questa serie di figure che, in vari modi, fuoriescono dal muro sono chiamate Extra Moenia, locuzione latina che significafuori le mura della città”. Con queste parole ci si riferiva a edifici, spesso chiese, costruiti al di fuori della antica cinta muraria che proteggeva il centro urbano. Si tratta di qualcosa di periferico rispetto al centro, dal centro quindi escluso. E, nell’antica Roma, al di fuori della città venivano collocati anche i cimiteri già dal 450 a.C. L’espressione latina designa questa serie di sculture dalla prima esposizione artistica autofinanziata dello sculture nel 2001. Fino ad allora, Matteo Pugliese è escluso dal circuito dell’arte e ha scolpito solo per diletto e da autodidatta. È un outsider quindi.

Il muro da cui fuoriescono le figure potrebbe essere il luogo dell’esclusione da cui il personaggio riemerge con forza per affermarsi, come forse poteva sentirsi l’artista. Certo non sappiamo se le figure stiano andando in direzione extra moenia, e perciò la loro sia una fuga verso l’esterno libero e lontano dal controllo di un centro prevaricatore, o in direzione dell’intra moenia, quindi sia un tentativo di inclusione. O forse sono valide entrambe le ipotesi. Ma siccome, come si è detto, l’espressione extra moenia riguarda anche i cimiteri e quindi la morte, quell’anelito di vita e di affermazione che esse così bene mostrano appare anche come una richiesta di esistenza, un’urgenza di vivere. L’essere racchiuso nello spazio informe e potenziale del muro risulta una sorta di prigione, e questi personaggi non sembrano solo chiedere la libertà da una condizione di segregazione, ma sembrano voler uscire dal vuoto informe del bianco. Tutti i muri di queste serie sono infatti sempre e solo bianchi. Ora il bianco è considerato un non-colore, è detto infatti “colore acromatico”. Mentre il nero è definito come il risultato dell’assenza dei colori, il bianco è invece ritenuto la somma di tutti i colori esistenti, perché esso è come la luce, che, pur essendo acromatica, se attraversa un prisma mostra di avere in sé i colori dello spettro solare. Nel bianco del muro, come nel non-colore della morte, intensa come dimensione di ciò che non è, confluisce ogni variazione individuale, ogni sfumatura esistenziale. Ma se è presente un medium-prisma come l’artista allora ecco che la luce può trasformarsi in qualcosa di percettibile ed entrare nella realtà.

Michelangelo, Lo schiavo che si ridesta

Michelangelo, Lo schiavo che si ridesta

Alcuni aspetti di queste modalità di rappresentazione trovano il loro antecedente più insigne nelle opere di Michelangelo, secondo cui «[…] la scultura è già nel blocco di pietra, non bisogna che liberarla» (Gilles Néret). Questa idea della roccia che imprigiona dentro sé una figura latente da liberare togliendo la pietra in eccesso, è bene espressa da alcune statue che prendono il nome di Prigioni e che costituiscono un interessante confronto con l’opera di Pugliese, non solo per la presenza di figure che sembrano tese a uscire dal blocco di pietra che le trattiene, ma anche per il loro carattere di non finito, caratteristica spiccata nelle opere di Michelangelo che è presente, e non poco, anche nella produzione di Pugliese. Nelle intenzioni di Michelangelo le Prigioni dovevano essere una serie di sculture di prigionieri intrappolati in pilastri che avrebbero decorato la tomba di Giulio II. Il progetto non andò in porto, ma alcune di queste figure sono state realizzate e ci sono pervenute. Risulta rilevante soprattutto una delle più antiche di queste figure, detto Lo Schiavo che si ridesta.

L’espressione latina extra moenia ha però un altro significato: indica anche l’uso di oggetti in contesti diversi da quelli dove di solito vengono utilizzati. E così è per le opere di Pugliese, perché queste statue non sono collocate, come di consueto, su un piedistallo attorno a cui gli spettatori possono girare attorno ammirando la figura. Nelle opere di Pugliese avviene il contrario: la statua, anziché poggiare su un piano orizzontale, poggia su uno verticale; l’idea del movimento è enfatizzata al massimo dalla tensione dei corpi che cercano di fuoriuscire dal muro; lo spettatore non si trova a guardare una statua o un gruppo di statue che sembrano concludere in se stesse l’azione in cui sono state ritratte, ma si imbatte in qualcosa di dinamico che va verso di lui; quindi non solo ne consegue una maggiore partecipazione emotiva da parte del visitatore, ma soprattutto una maggiore identificazione con l’opera stessa. È forse per questo che gli Extra Moenia ci colpiscono così tanto: perché quell’uomo che cerca di liberarsi con tutta la sua forza da qualcosa che lo imprigiona, quello straziante anelito di libertà, quell’energia vitale dirompente che si appropria del suo diritto di essere una forma unica e irripetibile, una vita strappata alla morte, siamo noi.

Dafne Castronovo

Le fotografie delle opere di Pugliese sono proprietà dell’artista e sono state prese dal sito ufficiale: http://www.matteopugliese.com/

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