Land art

L’altra Favara

Pubblico la mia lettera di risposta all’articolo di Zarba su Huffingtonpost.it a proposito della Farm Cultural Park di Favara

Gentile Direttore,

scrivo perché sono offesa dall’articolo di Flavia Zarba sulla Farm Cultural Park di Favara. Premetto che sono una favarese, che sono orgogliosa della splendida iniziativa della Farm, grata ai suoi fondatori e che sono consapevole delle profonde difficoltà e criticità presenti a Favara. Ciò premesso, trovo inaccettabile che il mio paese venga addirittura associato al letame, come dalla citazione di De Andrè a inizio articolo, che di esso emergano soltanto le cosche mafiose, che risulti fatto solo di «palazzi fatiscenti e traffici illegali» e addirittura paragonato a una baraccopoli. E dulcis in fundo, l’autrice mette in evidenza il problema di dover «educare la popolazione locale a questa ventata di innovazione culturale» in considerazione del fatto che, secondo Zarba, una grande percentuale della popolazione favarese non ha «strumenti cognitivi per poterlo fare». Quest’ultima affermazione in particolare è inaccettabile: che si faccia riferimento alla realtà complessa e non edificante di parte della realtà favarese è comprensibile, lecito e anche doveroso, ma che si arrivi a mettere in dubbio persino le capacità cognitive di molti, come se si trattasse di una sottospecie umana, una categoria sottosviluppata di cerebrolesi è veramente troppo. Il degrado culturale, politico, etico e la corruzione sono caratteristiche di tutta l’Italia, Favara non è un caso particolare e i suoi problemi non sono legati alla specificità della sua popolazione.

Inoltre, se l’esperienza della Farm ha avuto luogo, è anche perché a Favara, e non altrove, ha potuto trovare il suo humus: ogni esperienza è radicata nell’ambiente in cui essa nasce e si sviluppa. Come ha affermato l’ottimo scrittore favarese Antonio Russello ne La luna si mangia i morti (romanzo pubblicato da Vittorini per Mondadori nel 1960): « […] il paese a cui mi riferisco è Favara di Agrigento. […] gli altri libri che l’hanno preceduto e seguito, scritti tra il 1946 e il 1958, ritornano ad ambientarsi quasi sempre nello stesso paese. Dico questo perché non credo che i manoscritti vengano trovati in una bottiglia, non credo cioè che una vicenda possa essere indifferentemente posta in un paese come in un altro. C’è una fedeltà al di fuori della quale, se un autore si mette, rischia di essere orfano, rischia che la sua terra gli diventi matrigna».

Quanto alla disonestà, criminalità e ai sotterfugi di stampo mafioso, sinceramente non credo che a Favara ve ne siano più di quanti ne possiamo trovare a Milano o in Parlamento a Roma. Le vicende giudiziarie che hanno riguardato e che riguardano una grossa fetta della nostra classe politica dirigente ne sono la lampante dimostrazione.  E per difendere quanto di meglio abbiamo ancora in questo Paese, e mi riferisco alla nostra Costituzione, i favaresi si sono distinti per il 74,10 % di No contro il 25,90% dei Sì al referendum del 4 dicembre 2016. D’altronde il legame tra Favara e la Costituzione ha radici antiche: Gaspare Ambrosini, nato a Favara il 24 ottobre 1886, è stato presidente della Corte Costituzionale, deputato dell’Assemblea Costituente e ha dato un considerevole contributo alla nascita e alla stesura della nostra bella Costituzione.

E quando il nostro Paese è stato infestato dalla piaga del Fascismo, un altro favarese, Calogero Marrone, ingiustamente dimenticato dai programmi scolastici di Storia scritti da quelli del Nord, è stato deportato a Dachau perché aveva rilasciato centinaia di documenti falsi a ebrei e antifascisti per salvare loro la vita. Anche di lui in Italia si è persa la memoria. Come si è persa la memoria di Gaetano Guarino, sindaco di Favara, eletto nel 1946 con il 59% dei voti e ucciso per aver difeso gli oppressi dagli oppressori. Se è vero che a Favara c’è stata e c’è la Mafia, è vero anche che c’è stata e c’è l’altra faccia della Sicilia. Così come Palermo è – e voglio dire anche soprattutto – la città di Falcone e Borsellino.

Favara è anche fatta di tante persone che non sono citate dai libri e dal web per i loro grandi gesti, ma che hanno contribuito e continuano a contribuire alla crescita morale e culturale del nostro Paese. Mi riferisco soprattutto ai tanti, troppi meritevoli laureati che sono costretti da una politica barbarica, che vuole il Sud povero e sempre più povero, a portare le loro conoscenze, competenze e soldi nelle regioni del Nord. Secondo il quotidiano “La Sicilia”, ogni anno partono dalla nostra regione circa 20.000 abitanti. La percentuale di laureati fra questi emigrati è spaventosamente alta e Favara dà purtroppo un contributo notevole a questo flusso di disperazione.

Negli ultimi sei anni ho vissuto in due Stati, quattro regioni e undici città e mi viene proprio da ridere leggendo nell’articolo che a Favara la gente non ha mai nemmeno preso un aereo! Di aerei ne abbiamo presi anche troppi.

Ma non voglio piangermi addosso, nella speranza di poter tornare un giorno, partirò ancora una volta domani e, come sempre, tenendo  nel cuore i versi di Kavafis:

[…]Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Dafne Castronovo

 

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6 thoughts on “L’altra Favara

  1. Brava Dafne Graccus, una difesa dei senza voce. Costoro non solo vengono condannati alla precarietà, alla paura costante di non potercela fare a stare a galla e qualcuno si permette ogni tanto (spesso) di dire che “non hanno ‘gli strumenti’ cognitivi [per poter comprendere il nuovo mondo]”.
    Non è che ciò sia falso, ma dovere di chi gli “strumenti cognitivi” ce l’ha è di fare l’ultimo passo, quello più coraggioso, che lo porti a denunciare le condizioni che hanno determinato e determinano questo stato di cose.
    Senza questo passo fondamentale si finisce per condannare moralmente coloro che sono stati già condannati dalle poco fortunate condizioni socioeconomiche.

    Agli intellettuali della ragion pura (che non tiene conto dell’esperienza) bisogna chiedere: come mai gli emigranti siciliani (e favaresi) d’inizio Novecento in America si prestavano talvolta a collaborare con i “paesani mafiosi” mentre i siciliani emigranti in Germania negli anni ’60 non solo stavano lontano da tali attività, ma tornavano con uno spiccato senso dello Stato e del rispetto della norma?
    La risposta è semplice, in America (=Usa) erano costretti a vivere in maniera indigente, precaria (perlomeno inizialmente), in Germania trovavano subito lavoro con tanto di busta paga e di diritti sindacali (certo quì dopo la Guerra mancavano braccia per la ricostruzione…).
    “Ma questa è una spiegazione semplice, banale!” – dirà qualche intellettuale originale, brillante, con l’uso perfetto e ricco dell’italiano. Sarà! Ma alle considerazioni morali penso siano da preferire gli sforzi di comprensione, anche quando possono sembrare banali!
    Ciao Dafne

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